Superato l’esame D’Orta!
Giugno 26, 2008 | Autore: Salvatore | Archiviato in: I miei libri, Something important - Qualcosa che importa
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Il Maestro Marcello D’Orta, si, proprio l’autore di “Io speriamo che me la cavo”, oltre ad altri scritti diventati popolarissimi, ha preso in esame il nuovo romanzo di Salvatore Siviero “Le chiavi del cuore”. Ecco il commento che farà bella mostra di sè in apertura del romanzo…
Un’ isola con una leggendaria prigione, una somma favolosa in grado di cambiare il destino di migliaia di uomini, un lungo viaggio per terre inospitali, un misterioso cofanetto (e altrettanto misteriose chiavi), un lago legato alla leggenda di uno spaventoso mostro, fogli ingialliti sigillati con la ceralacca…
Gli elementi per un romanzo d’avventura dell’Ottocento ci sono tutti o quasi, al punto che Stevenson ne avrebbe potuto trarre un’altra Isola del tesoro.
Eppure questo libro è tutt’altro che un romanzo di fantasia.
I suoi personaggi sono gente in carne e ossa spinta all’azione non dal sentimento che mosse gli eroi di Stevenson (di Conrad o di Melville) ad intraprendere un viaggio pieno di pericoli (e a costo della loro stessa vita) e cioè il tornaconto (o, nel migliore dei casi, il solo spirito di avventura), ma dal suo contrario: la solidarietà, l’amore per il prossimo, l’aiuto materiale e il sostegno morale ai diseredati.
In questo potrebbe somigliare più a un romanzo di Victor Hugo, in cui la rinuncia, la generosità, l’altruismo di certi personaggi giungono al limite del sacrificio di sé. Non è il caso di Chari, Mario, Guillermo, Benedetta, e gli altri protagonisti della storia di Siviero, ma tutto lascia supporre che anch’essi si sarebbero “immolati per la Causa”, se la Causa lo avesse richiesto. E qual è questa Causa?
Si tratta di lasciare le proprie occupazioni in America e in Italia (ma anche in altri paesi d’Europa) e di volare a Città del Capo, per porgere la mano a cinquemila sventurati, oppressi da malattie e miseria, sfruttati da gente senza scrupoli e tenuti nella più assoluta ignoranza. Si tratta di ricostruire una baraccopoli in cui la morte per denutrizione e o malattia è un evento quotidiano. Si tratta, per i nostri eroi, di spaccarsi in due dalla fatica, di rinunciare a tutte le comodità godute fino a quel momento, di rischiare perfino la pelle, allo scopo di portare fiducia agli sfiduciati. E si tratta di pregare. Perché l’impresa è grande, anzi enorme, e senza Dio certi progetti sono votati al fallimento.
Per fare tutto ciò occorre denaro, molto denaro, e un’organizzazione perfetta.
La storia di questo libro è principalmente la storia di questo denaro “misterioso” (al quale è legato uno scrigno e delle chiavi; e intorno al quale si muovono i più disparati personaggi) e la storia di questa organizzazione perfetta.
Un’organizzazione da far invidia alla Cia o al Kgb, con la differenza che qui non sono in gioco interessi politici, militari o finanziari, ma interessi ( si può dir così?) umanitari.
Ma forse il vero protagonista del romanzo è il Sogno, come indica lo stesso autore nella Premessa. Non il sogno donchisciottiano di cambiare il mondo in sella ad un ronzino e dentro a un’armatura antiquata (sogno destino al fallimento) bensì il Sogno assai più realizzabile di dotare di servizi igienici un villaggio, di fornirlo di un sistema fognario, di costruire spazi di aggregazione per bambini, di completare un acquedotto rurale, di edificare una piccola scuola.
Un Sogno che comunque deve fare i conti con la realtà. E la realtà si chiama diffidenza degli indigeni, e di sfiducia, sfiducia che le cose possano veramente cambiare (“Finalmente abbiamo il piacere di guardare in faccia uno degli eroi bianchi. Cosa credi di fare qui da noi? Lo sai che sono venuti in tanti prima di te? E poi, cosa succederà quando avrete finito i soldi e non avrete fatto quello che avete in mente? Tanti, troppi dei nostri sono morti per progetti come il vostro. Secondo noi dovete tornarvene a casa, tra la ricchezza del mondo che appartiene. L’Africa non è terra che potete capire”).
In realtà la gente, oppressa dalla disoccupazione, dalla povertà, dalle malattie come tubercolosi, malaria, tifo e AIDS, degradata dalla prostituzione, sfruttata dalla criminalità, non crede più a niente e a nessuno, ed anche per questo, molti si danno all’alcol e alla droga.
Gente che ha ancora sulla pelle il marchio dell’apartheid, e guarda con diffidenza l’uomo bianco. A meno che non si chiami Alex Zanotelli.
Ma procediamo con ordine. Che cosa è stato l’apartheid? L’apartheid (“a parte”, in lingua afrikaans) è stata la politica di segregazione razziale istituita, nel dopoguerra, dal governo di etnia bianca del Sudafrica, e rimasta in vigore fino al 1994.
Nonostante le Nazioni Unite la proclamarono, sin dal 1973, “crimine internazionale”, fu applicata anche ad altri paesi come la Namibia. Benché in Sudafrica i neri costituissero l’80% della popolazione, furono i bianchi ad imporre leggi razziste e restrizioni che portarono alla ribellione capeggiata da Nelson Mandela, arrestato negli anni Settanta e a lungo tenuto prigioniero. Con la sua liberazione (anni Novanta) ebbe fine l’apartheid. Alessandro Zanotelli, noto come Alex Zanotelli, è un religioso italiano dell’ordine dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù. Ispiratore e fondatore di vari movimenti tesi a creare condizioni di pace e giustizia sociale.
Ha operato nel Sudan e in altri paesi del continente nero.
Questa è la gente che i diseredati della baraccopoli riconosce.
E invece chi sono quei sette giunti in Sudafrica forse solo per vivere un’emozione straordinaria da raccontare nei “salotti buoni” dell’Occidente, così come si fa per una battuta di caccia?
Il gruppo è consapevole di questo, e qualcuno è sul punto di cedere (“Ma che siamo venuti a fare quaggiù! A questa gente non interessa nemmeno chi tra loro vive o muore, perché dovrebbero essere interessati a noi? Piantiamola di stare qui a perdere tempo” “ E poi, quanti anni ci vorranno per mettere su qualcosa di decente lavorando in sette?”).
Ma ecco che quando tutto sembra volgere al peggio, ed aleggia lo spettro della disfatta, entra in scena una sorta di deus ex machina (uno scrittore), che risolve la situazione, portando al più lieto dei lieti fine (che naturalmente non vi sveliamo).
“Le chiavi del cuore” non è un romanzo da leggere tutto d’un fiato, pur essendo avvincente come un giallo (e per taluni aspetti lo è). E’ un libro da leggere con attenzione. Le pagine non vanno “divorate”; le parole, i pensieri, vanno riflettuti e considerati. La “velocità” farebbe grave torto a questo scritto, e non per niente lo stile è asciutto e sobrio. In qualche caso lapidario.
È anche un po’ epistolario e un diario (e perciò a maggior ragione va letto con calma) perché di tanto in tanto qualche protagonista affida a una lettera o a un quaderno “intimo” emozioni ed impressioni di quanto va vivendo. Un plauso e un augurio a questo narratore che si affaccia alla ribalta nazionale.
Marcello D’Orta
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