luciano-moggi.jpggiornalisti-doc.jpg “Anche se io non gioco più, ho l’impressione che la partita sia ancora tutta da giocare, aspetto solo il giorno del ritorno”.

Luciano Moggi chiude così il suo libro, ‘Un calcio nel cuore’, in cui svela i retroscena di quarant’anni di calcio in Italia.

Qualcuno di questi l’ha raccontato ieri sera, in un intervento telefonico alla trasmissione ‘Doppio Passo’ di Metropolis tv, parlando prima dei motivi che lo hanno indotto a scrivere il suo primo libro:

“Ho voluto esternare i miei pensieri ad alta voce, perché la gente conoscesse cose di cui ha sentito vagamente parlare e che magari non ha approfondito. Non ho fini particolari, se non questi. Ho la presunzione di dovermi difendere anche se so di non aver fatto niente di cui sono accusato”.Un sistema manipolato da Moggi o un Moggi vittima del sistema. Glielo chiede Luigi Capasso, che conduce la trasmissione che va in onda ogni lunedì, e l’ex direttore generale rivela:

“Alla Juventus, in quel momento, morti l’avvocato Agnelli e il dottore (Boniperti, ndr) eravamo senza papà, quindi eravamo in una condizione di debolezza congenita rispetto a tutti, non avevamo televisioni dalla nostra parte, non avevamo i soldi e non li avevamo mai chiesti all’azionista di riferimento, ma eravamo una società potente economicamente ma senza una lira. Potente nell’immagine, ma non contavamo niente. Questa, in sostanza, era la posizione della Juventus, che noi abbiamo cercato di tenere a galla, direi qualche volta anche bluffando. Era troppo dura, impossibile direi mantenere la Juventus a certi livelli, soprattutto nelle condizioni in cui eravamo noi”.Un bluff ben riuscito gli dicono dallo studio e Moggi spiega: “Io intendo bluff quando si parla di lasciarci intendere potenti e non lo siamo, di lasciar intendere che abbiamo televisioni o media dalla nostra parte e non ci sono. Adesso, che queste cose son venute fuori, il problema non ce lo possono porre più, perché tutti hanno visto che la Juventus ha avuto pochi favori, direi che è stata bastonata, penso immeritatamente, e questo è il motivo per cui ho scritto il libro”.

Salvatore Siviero, opinionista di ‘Doppio Passo’ scende nello specifico, parlando all’ex diggì della Juventus della rilevanza e del rumore della sua vicenda. “Moggiopoli è un termine che ha coniato ‘La gazzetta dello sport’. Per quanto riguarda l’Inter, vi do una chicca, basta leggere il comunicato ufficiale numero 251 del 18 febbraio 2003 – e qui Moggi inizia a leggere - in cui c’è l’inibizione a svolgere ogni attività in seno alla Figc a ricoprire cariche federali ed a rappresentare la società nell’ambito federale a tutto il 3 marzo 2003 ed ammenda di 5 mila euro a Facchetti Giacinto (Internazionale): perché, quale dirigente non inserito in distinta e non autorizzato ad accedere allo spogliatoio arbitrale, vi entrava durante l´intervallo e, rivolgendosi ad un Assistente, gli chiedeva conto, in modi non rispettosi del ruolo di quest´ultimo, di una sua segnalazione; poi, uscendo dallo spogliatoio, pronunciava in tono polemico le parole “adesso capisco tutto, ci penso io”: così realizzando, complessivamente, una condotta di oggettivo disturbo nei confronti degli ufficiali di gara, prima della conclusione della medesima – termina la lettura e aggiunge - Detto questo non ho più tante cose da dire”.Ricorda anche la sua avventura a Napoli il direttore generale e il suo rapporto con un calciatore che ha fatto la storia del club azzurro.

“Capisco il dramma che sta passando e che ha passato Maradona. Vedere persone che stanno male a me dispiace sempre, ma io non voglio parlare del Maradona calciatore perché è il migliore al mondo, ma voglio parlare dell’uomo, ma vorrei farlo nei modi e nei termini giusti, perché era il mio idolo come calciatore e come uomo gli sono stato sempre vicino”.Un collegamento, quello di Moggi, durato sette minuti, in cui è venuta fuori qualche rivelazione e soprattutto la consapevolezza che davvero la partita è ancora tutta da giocare.