per chi ha qualcosa da dire…
Quando ho scritto l’articolo che leggerete tra pochi secondi, vivevo in Africa e avevo in mente di contribuire a portare un gruppo di ragazzi africani, nientemeno che a disputare la Coppa America di Vela. La coppa più prestigiosa e antica della storia dello sport moderno quei ragazzi l’hanno disputata quest’anno, nelle acque di Valencia, e si sono fatti valere. Era il 2004, da allora ha visto cambiare molte cose nella mia vita.
Una cosa però non è mai cambiata e forse mai cambierà: la voglia di dire quello che vedo e quello che sento. Certe cose non devono cambiare; certe altre cose invece potrebbero cambiare ma spesso non abbiamo il coraggio di gridare quello che proviamo!
Allora scrivevo per “La Gazzetta dello Sport”. Per chi ama scrivere ed ama lo sport è tra gli onori più grandi!
L’articolo che segue mi ha procurato tanti grattacapi, ma allora avevo visto e vissuto cose che mi sono rimaste dentro. Lo pubblico ora perché tratta di cose davvero importanti; lo pubblico ora perché mi ha segnato, e piuttosto che ripetermi che lo stavo per pubblicare troppo tardi, lo pubblico per non continuare a pensare che non lo avrei mai pubblicato, perché mi faceva troppo male.
In fondo voglio che venga letto perché penso che ci sono cose che ti aiutano a sentirti migliore dentro, anche al prezzo di sofferenze impensabili.
Il titolo sul sito www.gazzetta.it fu “Niente e nessuno mi deve impedire di sognare”.
Ci sono cose e persone che ci impediscono di sognare, ma in fondo siamo solo noi stessi che lo permettiamo o no…
“Niente e nessuno mi deve impedire di sognare!”, e’ proprio questo che pensavo oggi tra le onde del mare con il sole che passando tra le vele di Shosholoza mi avvolgeva il viso.
Da quando sono arrivato a Citta’ del Capo sono passati mesi. Un vero oceano di situazioni nuove mi hanno investito, spingendomi in una realta’ per molti tratti lontanissima da quella che caratterizza l’Italia. Per alcune di esse e’ stato facile e piacevole farsi “trasportare dalla corrente degli eventi”, per altre la mia differente cultura e l’effettiva ignoranza sulla vita di questo paese hanno creato una specie di opposizione, una barriera difficile e faticosa da rimuovere. Ed una barriera orrenda nella sua complessita’ e’ sicuramente il razzismo.
Del razzismo porto dentro solo la certezza di quello che vedo ogni giorno.
Vedo occhi di gente nera rivolti verso l’alto quando l’attenzione e’ per chi ha la pelle bianca. Sento la rabbia di chi non vuole guardare bianchi o colored rivolgendo lo sguardo verso l’alto. Immagino lo sconforto di chi vive in baracche senza acqua corrente e illuminazione e osserva senza pensieri il progresso e il benessere che gli sfrecciano davanti agli occhi su quattro ruote, correndo via sulla vicina superstrada.
“Quelli come te dalle mie parti non se la passano bene”, mi ha detto un giorno un amico colored, “si, mi riferisco ai bianchi benestanti”, poi ha proseguito, quando ha letto chiaramente lo stupore nei miei occhi. “Per voi non abbiamo rispetto cosi’ come voi non ne avete per noi”. Parole piuttosto pesanti da digerire ! Ed io in effetti ci ho messo un po’! Si parlava della vita nelle township poco distanti da Citta’ del Capo, una serie di agglomerati urbani dove regna la violenza e sopravvive una cultura che in alcuni aspetti tende a isolare la razza colored, portando a guardare ai bianchi in termini di prepotenza da combattere, ed ai neri come ad una razza da tenere a distanza perche’ in qualche modo inferiore.
Sara’ il fanciullino che e’ in me (che non mi abbandona proprio mai direbbe mia madre a casa mia a Sant’Agnello), ma io preferisco pensare che qui il mondo e’ fatto di tanti colori che illuminano culture ed esistenze tanto diverse fra loro. 13 lingue sono davvero tante, cosi’ come tante sono tante le razze che popolano una terra che offre la sua natura a tutti senza distinzioni.
Non tutti però si parlano. Non tutti si capiscono. Non tutti si comprendono e hanno voglia di farlo, cosi’ utilizzano la barriera della lingua per proteggere incapacità, debolezza o semplicemente poco rispetto per il prossimo.
Su Shosholoza ci sono i simpatici e quelli meno, ci sono i duri e gli amiconi. Un team come tanti insomma, con pregi e difetti in ognuno. Su Shosholoza ci parliamo, ci confrontiamo e litighiamo anche. Su Shosholoza ci sono i bianchi, i neri e ci sono i colored. Tutti lavoriamo insieme per la Coppa America 2007, tutto il resto non ci riguarda!
Su Shosholoza ieri è arrivato un ragazzo speciale. Un atleta vero, un ragazzo diversamente abile sin dalla nascita. Il nostro Charles (l’addetto all’albero) lo segue da anni ed e’ rimasto colpito dalla sua straordinaria forza di volonta’. Lo ha contattato perche’ ci raccontasse cosa e’ per lui lo sport. Lui è Ernst Van Dyk , primo uomo a scendere sotto il muro dell’ora e venti minuti in carrozzina alla maratona di Boston.
E’ venuto con piacere e senza nessuna falsita’ ci ha mostrato cosa vuol dire essere umili ed amare la vita attraverso lo sport. Abbiamo fatto i grinder della randa insieme, un po’ per gioco e un po’ anche per giornalisti e fotografi (e puntualmente siamo apparsi sorridenti sul più venduto quotidiano di Cape Town, il Cape Argus). Abbiamo chiacchierato tranquillamente insieme ai ragazzi dell’equipaggio per un bel pò. Ernst ha vinto quattro volte la maratona di Boston, ha record del mondo e medaglie paralimpiche ma ha sempre tenuto un profilo basso, quasi timoroso verso di noi. Non si è vantato delle sue vittorie, ci ha parlato di quando ha dovuto ricominciare da zero perche’ il suo sponsor di colpo gli ha tagliato i fondi e lui ha sentito improvvisamente il peso di un mondo che sembrava gli avesse voltato le spalle. Da li in poi ha tirato avanti fino a finire tra i primissimi in una corsa Americana guadagnandosi l’attenzione di un nuovo sponsor. Ed ancora l’inserirsi in un team tedesco all’apparenza troppo freddo e lontano dal suo essere sudafricano. Un periodo lungo e difficile durato 4 anni, culminato con l’essere addirittura il capitano di quel team. Sognare per lui è la vita. Sognare la vittoria è la normalità di un atleta. Per essere atleti non e’ necessario avere gambe che corrano veloci o braccia forti che gettino via un peso. Per essere atleti e’ necessario essere umili e determinati ad affrontare gli ostacoli che come su una pista d’atletica leggera, la vita ci piazza davanti. Lavorerò affinchè Shosholoza porti a Valencia l’umiltà e la determinazione che Ernst ha dimostrato al mondo in questi anni. Non c’e’ molto tempo fino al 2007. Alinghi, Luna Rossa, Team New Zeland e gli altri sembrano gia’ volare tra le onde.
Noi abbiamo voglia di crescere. In Europa tra meno di due mesi ci aspetta il nostro patron, il Dottor Gian Luigi Aponte. Lui ha creduto nel suo sogno ed ora e’ un leader mondiale. Insieme a lui ci saranno tante persone che credono nei sogni ed avrebbero voglia di salire a bordo. A lui ed a loro chiediamo di soffiare insieme a noi spingendo piu’ lontano possibile le vele ed il sogno di Shosholoza.
Anche tu Vernon, dalla tua finestra nella base di Luna Rossa spero trovi un attimo per soffiare per noi……
Niente e nessuno ci deve impedire di sognare……
Alla prossima
Salvatore Siviero
Questo Blog è realizzato per tutti quelli che hanno il coraggio di pensare e poi fare. Siamo certi che per ogni cosa esistano più verità, noi proviamo a mettere giù la nostra...
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